

Eulalia non sapeva molto di lui.
Forse era nato ricco, ma questo nessuno lo ha mai saputo con certezza.
Aveva accumulato una fortuna, condividendo con la moglie dal mento
aguzzo, fin dai tempi della gioventu', il luccichio nelle pupille, alla vista di una moneta da cinque lire sul marciapiede.
Era sua, la carica dei cinquecento appartamenti: mono o bi-loculi per poveracci verso i quali provava solo ribrezzo, che pagavano l'affitto l'ultimo giorno utile, se non oltre, provocando il suo risentimento.
Non aveva mai speso un soldo per comprare penne o matite: gli bastava, ad ogni passaggio in qualche ente pubblico, dimenticare di restituirne una.
Comuni, banche, uffici postali: non c'era ufficio d’altri che non avesse fornito un inconsapevole contributo al piccolo tesoro di pennarelli, fermagli e graffette che troneggiava sulla sua scrivania, piena di fogli riciclati e ingiunzioni di pagamento per gli inquilini morosi.
Aveva istruito bene i suoi rampolli, insegnando loro la religione del denaro: una educazione che non aveva lasciato nella al caso e in seguito alla quale nessuno spendeva un centesimo piu' del dovuto.
In famiglia avevano sviluppato una particolare abilita' nel controllare gli incassi, ed erano sempre tutti cosi' occupati a contare ogni singola moneta, da perdere di vista, a volte, l'immensa vastita' del patrimonio.
Viveva in ristrettezze: dal portafoglio, sempre leggero, estraeva con riluttanza ogni banconota, come se fosse l'ultima. A pranzo, grazie al figlio primogenito che lavorava in un istituto geriatrico, si intrufolava in sala mensa, insieme ai pensionati che vivevano di stenti e ai malati in attesa di un ricovero definitivo.
Il desco gratuito gli sembrava avere il miglior sapore del mondo, e lo faceva sentire particolarmente astuto.
Per la sua eta' era ancora in gamba; infatti, faceva lunghe passeggiate, un po' per tenersi in forma, un po' per evitare di prendere l'autobus: per poche fermate sarebbe stato uno spreco timbrare il biglietto, e d'altra parte, correre il rischio di dover pagare una multa gli sembrava una imprudenza inaudita.
Non saliva su un taxi se non quando era ospite di qualcuno e le vacanze, se cosi' si potevano chiamare, le passava sempre in citta', a controllare i conti. Per i mesi veramente caldi si era concesso solo un piccolo ventilatore comprato al supermercato, perche' l'impianto di condizionamento costava troppo e consumava una quantita' spaventosa di energia elettrica.
Di tanto in tanto andava in banca e dopo essersi fatto regalare una biro rossa, con cui spuntava le voci dell'estratto conto, usciva a prendere il caffe' con il direttore, che puntualmente pagava anche per lui.
Un giorno qualsiasi se n'era andato per sempre: un po' in ritardo, a dire il vero, come ebbe a lamentarsi la moglie, pensando alla tassa di successione reintrodotta da poco, ma lasciando dietro di se' un patrimonio che intere generazioni avrebbero impiegato anni per sperperare in allegria, se solo ne fossero state capaci.

Ma arrivato il giorno di compiere l'ultimo viaggio, poco prima di un funerale di terza classe che lui stesso aveva programmato anni prima, tirando sul prezzo, era successa una cosa strana.
Il beccamorto, che lavorava controvoglia di domenica, nel sistemargli la giacca un po' lisa alla meglio, aveva scoperto un rigonfiamento.
Era una tasca segreta, nascosta nella vecchia fodera.
L'uomo delle pompe funebri, dopo aver rovistato velocemente, ne aveva estratto un rotolo di banconote.
Purtroppo, erano quasi tutte fuori corso.