Esercizio di stile di perlasmarrita
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La mia storia inizia in questo splendido giardino, un giardino che ho sempre curato con costanza facendo di esso il mio castello ed il mio rifugio fino a…. Eh si, perché ad un certo punto le erbacce hanno preso il sopravvento, il mio tempo era da dedicare altrove, esattamente era da dedicare a qualcos’altro.
Un amore, era indiscutibilmente amore l’emozione che mi aveva colpito in pieno petto un giorno di tarda primavera, quando uscita dalla minuscola stazione del mio paese, costeggiavo, come al solito per dimezzare il percorso, quel magnifico prato inglese che faceva da splendido contorno a una piscina dalla forma bizzarra e una magione d’altri tempi.
Proprio come al solito no, perché quel giorno, al bordo della piscina, stava sdraiato con fare indolente un esemplare di sesso maschile mai visto. Non tanto alto, neppure molto bello, con qualche chilogrammo in più che il costume da bagno metteva ancor più in evidenza, un grande panama in testa a nascondere il viso e con in mano un bicchiere che conteneva ghiaccio e un liquido chiaro, forse limonata.
Erano due anni che vivevo nella cascina che stava di fianco alla villa e qui non vi avevo mai visto anima viva la di fuori di un uomo di mezza età che innaffiava e tosava il prato, puliva la piscina come se dovesse servire sempre il giorno dopo, e teneva aperti gli infissi. Un uomo ombra che non dava mai retta a nessuno e che non mi aveva neppure risposto quando una mattina, arrancando sulla sua bicicletta, gli avevo rivolto un saluto festoso.
E poi quell’uomo con il panama in testa.
Non so, c’era qualcosa in quell’uomo che mi attirava come una calamita. Decisi in un baleno: dovevo conoscerlo! Preparai con moltissima cura la migliore delle torte che sapevo fare, una torta di mele, e mi avviai verso la villa con il mio più smagliante sorriso.
Nessuno, non c’era nessuno. Nessuna traccia dell’uomo con il panama e nemmeno dell’uomo ombra. Tirai fuori tutto il mio coraggio e suonai al campanello. Nessun cenno di presenza umana.
Da quel giorno non ebbi più pace, passavo il suo tempo a spiare la villa decisa ad avvicinare l’uomo ombra e chiedergli dell’uomo con il panama. Ma era come se si fossero volatilizzati tutti.
Il magnifico prato all’inglese perse la sua magnificenza e impeccabilità con ciuffi d’erba che spuntavano ovunque; la piscina si stava riempiendo di cartacce e foglie secche portate dal vento e con un senso di desolazione che colpiva allo stomaco come un macigno.
Anche il mio giardino divenne sempre meno splendido con le erbacce che divoravano rapidamente le piccole aiuole e facevano scomparire il ranuncoli gialli e le fresie multicolori che erano stato il suo vanto. Non avevo tempo di curare il giardino, dovevo tenere d’occhio la villa. E così ogni giorno, dalla stanza dove avevo collocato la mia minuscola ma ben fornita biblioteca, scrutavo l’orizzonte mentre il vecchio grammofono, regalo del nonno, ridava ogni giorno vita a dischi altrettanto vecchi che spandevano nell’aria melodie struggenti e dimenticate. L’uomo con il panama doveva tornare prima o poi, no? Perché se era un uomo gli sarebbe tornata voglia della sua limonata al bordo della piscina dalla forma bizzarra. Semprechè l’uomo del panama fosse esistito davvero….
Esercizio di stile di pyperita
La mia storia inizia in questo splendido giardino.
Mi godo il profumo dei fiori, seduta sotto questo albero alto, mentre in lontananza sento una musica malinconica, come se un grammofono d’altri tempi facesse girare vecchi dischi.
Mi trovo bene qui. Sono arrivata due ore fa dalla stazione e il cammino è ancora lungo, mi piacerebbe essere una principessa che torna al castello con la carrozza trainata da cavalli bianchi, oppure un’attrice che prende il sole in costume da bagno nella piscina della sua villa, con gli occhiali da sole scuri e in mano due bicchieri pieni di liquore con ghiaccio, per sé e per il regista.
Invece sono solo una donna con una valigia piena di cose inutili, che osserva una vecchia bicicletta abbandonata accanto a una panchina e che pensa che in tutta la sua vita non ha imparato a cucinare neppure una torta di mele.
Mi avvio lentamente, ho in mano l’indirizzo scritto su un foglietto stropicciato, mi hanno detto che vicino alla biblioteca c’è l'albergo “La limonaia”, dove è stata prenotata una stanza a mio nome.
Da domani prendo servizio, da domani inizia la mia nuova vita.
Esercizio di stile di ubaldoriccobono
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Dalla stazione al castello ci volevano tre minuti. Una volta nella hall ti registravano in un battibaleno e poi ti destinavano alla suite. Sul letto c’era ad attenderti un bel costume da bagno e quindi potevi scendere subito in piscina e sdraiarti sul bordo a prendere il sole, con accanto bicchieri, ricolmi di limonata della casa, con il vetro appannato dal ghiaccio. Il conte aveva sfruttato al meglio tutto ciò che proveniva dalla tenuta e soprattutto dalla vicina limonaia.Gli impeccabili camerieri in alta e bianca uniforme passavano e ripassavano più e più volte a riempire i tavoli di enormi fette di torte di mele, mentre in lontananza un grammofono d’altri tempi suonava vecchi dischi, che struggevano l’anima. I miei pensieri vagabondi non m’impedirono però di considerare che avevo troppo poco tempo: invece di rintanarmi nella biblioteca fornita di molti libri, che avevo intravisto in fondo ad una sala all’arrivo, avrei noleggiato una bicicletta che mi avrebbe portato nel centro della deliziosa cittadina, di cui avevo ammirato da lontano le guglie della Cattedrale.
Esercizio di stile di IosonoIo
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La mia storia inizia in questo splendido giardino, contorno di un antico castello posto in cima alla collina come antica difesa dai saraceni.
Ero lì ad ammirare i peschi e i mandorli in fiore e a sentire l’odore inebriante del gelsomino, ma l’albero mio prediletto ero il melo che mi riportava indietro nel tempo quando impaziente aspettavo che la nonna mi preparasse la sua deliziosa torta di mele
Nonostante questo piacevole ricordo mi apprestavo a passare una notte tormentata, al punto che i rintocchi dell’antico pendolo con la loro monotona cadenza mi avvisavano che il tempo scorreva inesorabilmente.
Ma quella notte i miei nemici non erano i saraceni , ciò che mi tormentava era il suo arrivo di primo mattino alla stazione del paese.
Ciò che un tempo nutriva i miei sentimenti con gentilezza e grazia adesso alimentava un leggero tormento che mi impediva di prendere sonno .
Già immaginavo la sorpresa: io con una bicicletta come unico possibile mezzo di trasporto per via dell’ auto colta da improvviso malore e assolutamente necessaria in quel caso.
Mi sollevai per l’ennesima volta dal letto e andai nella polverosa e monumentale biblioteca cercando qualche magico libro che potesse fornirmi una pozione per avvicinarmi a morfeo.
Alla fine dovetti desistere e preso dallo sconforto andai in piscina a fare un bagno , unica testimonianza dell’era moderna di quel posto, e lo feci con un pigiama promosso a costume da bagno.
Incomincia a nuotare quasi a sfinirmi e dopo qualche tempo, prossimo a quell’obiettivo mi trascinai fuori dalla piscina, ma l’unica voglia che ebbi fu quella di avere a disposizione un bicchiere , del ghiaccio e poter attingere direttamente dalla piscina riempita col succo prodotto da un’immensa limonaia..
Rivolto a pensieri più realistici provai a distendermi con la musica , nella sala da tè sopravviveva ancora un grammofono che sembrava ancora voler fare la corte a dei vecchi dischi .
Provai a farli incontrare e le note che si sparsero per l’aria mi diedero una sorta di carica al punto che decisi di seguire l’ineluttabile destino aspettando il suo arrivo ancora prima dell’alba e con quell’unico e insufficiente mezzo di trasporto.
Sapevo che non sarei stato capito, che non mi sarebbe stato perdonato nulla, che avrei chiuso con la grazia e la gentilezza rimanendo nel vuoto esistenziale più totale.
Mentre finalmente il treno si avvicinava, preso dal panico e dall’insopportabile peso di tutto ciò decisi di farla finita e più il treno nel vedermi ad aspettarlo sui binari fischiava inorridito più ero contento, quando improvvisamente qualcuno mi appoggio la mano sulla spalla , era mia madre che mi disse: svegliati che fai tardi con la scuola.

